Maria Palazzesi incontra Ilaria Leccardi, fondatrice di Capovolte

CAPOVOLTE CASA EDITRICE INDIPENDENTE

Una micro realtà in movimento che racconta
le donne e vuole vedere le cose
da una prospettiva diversa.
Appunto, Capovolte.

Ilaria Leccardi, giornalista, autrice. Fondatrice di Capovolte edizioni. Ilaria, per prima cosa vorrei chiederti di te. E di come sei arrivata alla scelta di dare vita ad una nuova casa editrice. Come e perché nasce la casa editrice? Chi sono, se vi sono, le tue e i tuoi compagni di squadra?

Sono giornalista di formazione, ho lavorato diversi anni in un’agenzia stampa nazionale e mi sono occupata di tanti temi, dagli esteri allo sport, dal lavoro all’ambiente. Per scelta di vita qualche anno fa ho deciso di ridimensionare il lavoro in quella direzione, pur senza abbandonarlo, con la voglia di provare a costruire un progetto che potesse essere un intreccio di prospettive culturali e pratiche femministe. Mi portavo dietro anche un’esperienza importante come autrice di libri di sport – con un taglio sociale – e la partecipazione come attivista ai percorsi di Non Una di Meno e della Casa delle Donne della mia città, Alessandria. Essendo una realtà veramente “micro”, per ora Capovolte si è appoggiata per lo più sulle mie spalle, con una serie di collaboratrici e sostenitrici, che sono fondamentali, come la grafica Sabrina Gatto, la giornalista Agnese Gazzera che ha per noi scritto e tradotto, seguendo ogni momento della nascita dei vari libri, due donne straordinarie come Monica Paes e Marïe Moise che hanno collaborato o stanno collaborando a vari progetti. Da quest’anno avremo l’opportunità inoltre di collaborare in maniera più continuativa con la ricercatrice Silvia Stefani. Una citazione la merita poi la mia famiglia, figli, marito e gatti compresi, che hanno un ruolo chiave di sostegno e sopportazione.

Raccontare le donne e vedere le cose da una prospettiva diversa. Quale il messaggio che Capovolte lancia con queste parole? A chi si rivolge?

Capovolte è una casa editrice dichiaratamente femminista. L’obiettivo è quello di provare a creare uno spazio di racconto delle donne nelle loro dinamiche politiche e sociali. Ci rivolgiamo a un pubblico trasversale, cercando però di occuparci di determinate tematiche – che a volte possono sembrare per pochi – in maniera diretta e più semplice possibile, cercando di intrecciare gli universi di riferimento. Ci rivolgiamo alle ragazze che amano leggere di sport, ma anche a chi ha una forte consapevolezza femminista. Lo facciamo con libri dal formato contenuto, accessibili, con l’obiettivo di non creare barriere.

Capovolte nasce nel 2019. Abbiamo parlato di obiettivi ed aspettative. A due anni di distanza dalla sua nascita, quali i risultati?

Prima di tutto la consapevolezza di aver intrapreso una strada difficile, anche alla luce dei tempi che corrono, ma nella giusta direzione. Aver tradotto i primi titoli acquistati all’estero ci sta restituendo una dimensione internazionale che al momento della fondazione non pensavamo di raggiungere così in fretta. Purtroppo la pandemia e il conseguente blocco di tutte le attività in presenza hanno reso tutto più difficile per noi, editori piccoli e appena nati. L’incontro con le persone e la necessità di condividere e attraversare spazi hanno dovuto lasciare spazio alle nuove modalità di interazione. Di sicuro fa piacere vedere che il nostro messaggio è passato e che molte delle proposte editoriali che ci sono arrivate in questi ultimi mesi sono in linea con la nostra idea di fondo.

Quale lo spazio di una casa editrice giovane e ribelle nel panorama editoriale italiano? Quale all’interno del mondo dei media?

Non è certo semplice. Lo spazio bisogna sempre conquistarselo, evento dopo evento, presentazione dopo presentazione. In questi due anni di vita siamo riuscite a costruire ottimi rapporti con librerie indipendenti, ma siamo anche riuscite a portare libri in spazi non canonici per la cultura, come ad esempio le palestre e i luoghi di sport. Per quel che riguarda il mondo dei media, io ho la fortuna di essere giornalista e quindi conosco un po’ i meccanismi delle redazioni, ho tanti colleghi che hanno apprezzato la mia scelta e che seguono Capovolte con affetto. La difficoltà, nella grande mole di libri che ogni giorno vengono pubblicati in Italia,  è soprattutto quella di differenziarsi, connotarsi, avere un’identità chiara.

Quale la risposta del pubblico di lettori e lettrici?

A me sembra molto buona. Mi emoziono a pensare che i nostri titoli, al momento 7 in catalogo, tutti realizzati in maniera veramente artigianale, partano dalle mie mani con l’editing e arrivino alle persone che scelgono di leggerci. Il tutto passando per le spedizioni che spesso effettuo personalmente, raggiungendo le poste e portando pacchetto per pacchetto a bordo della mia bici. 

E: chi è il pubblico di Capovolte?

Per lo più donne, ma non solo, interessate a temi come femminismo, diritti umani, lotte sociali, Sud del mondo e sport. Mi ritrovo molto nelle nostre lettrici e nei nostri lettori e questo mi fa estremamente piacere.

Nell’edizione dello scorso anno Capovolte ha fatto la sua comparsa tra gli editori in Fiera. L’obbligo della sospensione in ragione della pandemia di un evento che si annunciava di grande successo non è stato indolore. Ma la tua è stata una delle case editrici che hanno raccolto l’invito a ripensarsi e non rinunciare ad esserci. Che esperienza è stata per te, per voi?

È stato doloroso veder sospendere la Fiera proprio alla vigilia, ma fin da subito abbiamo sentito forte la volontà da parte di tutte voi e di noi editrici partecipanti di andare avanti. Ho trovato vincente la scelta di riproporre la Fiera in un’altra modalità, noi abbiamo partecipato con Cristina Contini, autrice del libro Una vita, due vite. Corso e percorso di voci, che a settembre ha presentato il proprio libro in presenza alla Casa Internazionale delle Donne. È stato un momento potente ed emozionante. Prima di tutto per Cristina, per la sua storia di uditrice di voci e di persona che si è messa a disposizione degli altri per affrontare il tema del disagio menale. Ma anche per noi. È stato uno dei momenti più belli per Capovolte in tutto il 2020. Perché, nonostante tutto, non ci si è arrese.

In questa quarta edizione sarete presenti intanto il 18 Marzo con un libro importante: Il luogo della parola, edizione italiana di Lugar de fala, di cui è autrice Djamila Ribeira, filosofa femminista nera brasiliana. Vuoi dircene qualcosa in vista di un incontro che la presenza in diretta streaming di Djamila rende ancor più interessante?

Djamila Ribeiro è una donna che sta facendo la storia in Brasile, in un momento storico per altro molto difficile. I suoi libri negli ultimi anni sono stati per tante settimane in testa alle classifiche del suo Paese. Eppure qui in Italia ancora non ha trovato il giusto spazio. Il suo pensiero, e questo suo libro in particolare, ci permette di parlare di femminismo nero e di riflettere sul posizionamento sociale da cui ciascuna e ciascuno di noi parte. E sovverte nel profondo quella visione universalistica che purtroppo ancora spesso domina la nostra società nella lettura del presente. Poterla avere ospite in un evento come Feminism, dopo essere state costrette ad annullare nel 2020 un tour di promozione del libro che si annunciava entusiasmante, per noi è molto importante.

Con Il luogo della parola, tradotto per voi Monica Paes con la prefazione di Valeria Ribeiro

Corossacz, si è inaugurata la vostra collana Intersezioni. Quali sono le altre collane di Capovolte?

Intersezioni è una collana di pensiero femminista internazionale. Le altre collane sono Ribelle – fiori che rompono l’asfalto (espressione, quest’ultima, mutuata da una frase di Marielle Franco) e Dinamica. La prima è una collana socio-politica in cui Capovolte raccoglie storie di donne che con la propria azione politica e sociale hanno contribuito a cambiare l’esistente e la contemporaneità. L’ultimo libro pubblicato in questa collana è Chi ha ucciso Berta Cáceres? Dighe, squadroni della morte e la battaglia di una difensora indigena per il pianeta, della giornalista britannica Nina Lakhani, un’inchiesta potentissima sulla storia di Berta – figura chiave a mio avviso del femminismo e delle lotte sociali – e sul contesto in cui sono maturate le sue lotte e il suo femminicidio. La seconda, Dinamica, è una collana di sport al femminile, a cui tengo molto perché per Capovolte lo sport deve essere un luogo di pratica femminista e perché in Italia ancora troppo scarsi sono gli spazi di narrazione riservati allo sport praticato e raccontato dalle donne.

Per concludere: vuoi darci un accenno alle prossime uscite di Capovolte?

Proprio in questi giorni abbiamo pubblicato il libro La strada si conquista. Donne, biciclette e rivoluzioni, di Manuela Mellini, per la collana Dinamica. Un libro che racconta il ruolo della bicicletta come strumento di autodeterminazione per la donna, fin dalla sua nascita, per arrivare ai giorni d’oggi. Il tutto passando per storie straordinarie, come quella di Alfonsina Strada, prima e unica donna a correre il Giro d’Italia con gli uomini nel 1924 (e della quale il 16 marzo 2021 ricorrono i 160 anni dalla nascita). A maggio invece sarà la volta di Memorie della piantagione. Storie di razzismo quotidiano, la traduzione del saggio di Grada Kilomba divenuto ormai un testo fondamentale del femminismo decoloniale, ma che incredibilmente non era ancora stato tradotto in italiano.

11 Marzo 2021

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