“ ‘Catastrofe’ vuol dire cambiamento radicale, capovolgimento (tragico e luttuoso) dell’esistente; ed è in primo luogo esperienza della perdita che ci scaglia in un altro universo, imprevedibile e fino a quel momento insospettabile. E’ insomma esperienza, e scoperta, della vulnerabilità. Questa scoperta ci è caduta addosso con l’improvvisa pandemia del covid-19, primo effetto davvero planetario, come confermano ormai i dati scientifici, del saccheggio e della violazione cui sottoponiamo la natura: che si tratti del ‘salto di specie’ dovuto alle deforestazioni, o dell’inquinamento prodotto dal biossido di azoto e dalle polveri sottili-MP10. Dovremo a lungo riflettere su questa esperienza, che si configura come una sorta di ‘prova generale’ di fronte a quello che ci aspetta in un futuro sempre meno remoto. Ma la domanda inevitabile riguarda ora la nostra capacità di imparare dall’esperienza della vulnerabilità, di rompere il diniego e riconoscere i veri pericoli, di sfruttare persino la paura per accedere a dimensioni rimosse come l’ontologica fragilità dell’umano, e soprattutto di ricostruire l’alleanza con la natura: presupposti ineludibili per accedere a quella che Hans Jonas definiva un’etica della responsabilità. Perché è indubbio, siamo parte della natura e dobbiamo farcene una ragione congedandoci da un ormai obsoleto antropocentrismo, ma siamo anche gli unici soggetti cui spetta il compito di assumere la responsabilità verso il mondo vivente. E forse questo è il cuore del solo (e nuovo) umanesimo che vale la pena di promuovere”. Elena Pulcini concludeva così il suo saggio “La sfida ecologica: un cambio di paradigma” pubblicato sull’ultimo numero di Iride. Ma non avrà il tempo di continuare a riflettere con noi sull’esperienza della pandemia, perché il covid ce l’ha strappata via. Solo poche settimane fa, del ‘cambio di paradigma’ necessario aveva parlato in un seminario cui avevo partecipato anche io. E nessuna più di lei aveva titolarità per parlarne: all’etica della vulnerabilità e alla “Cura del mondo” (titolo di un suo libro) Elena aveva dedicato anni di ricerca e di insegnamento all’università di Firenze, e altri si avviava a dedicarne al congedo dal paradigma antropocentrico che la pandemia ci dovrebbe imporre, come altri ancora ne aveva dedicati in passato alla critica dell’individuo moderno e alla rilevanza delle passioni nella politica e nella sfera pubblica. Tutte le morti contano, una per una, e troppe ne stiamo contando. Ma c’è nella perdita di Elena un lutto del pensiero, l’amputazione di un’intelligenza che ci avrebbe alleviato l’impresa di attraversare questa contingenza senza restarne travolte e guadagnando consapevolezza di quello che siamo e di quello che abbiamo il dovere di fare. Grazie Elena per tutto quello che ci hai donato e che abbiamo condiviso nel corso del tempo, dai nostri anni felici della facoltà di filosofia a Firenze alla catastrofe che ci tocca vivere adesso.

Pubblicato su Facebook da Ida Dominijanni

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